Pescara Jazz compie oggi 50 anni. Il 18 luglio 1969 ci fu la prima delle tre serate che si conclusero con una coincidenza storica: l’allunaggio dell’Apollo 11. Per quell’occasione (mi raccontò tanti anni dopo Lucio Fumo, direttore artistico, inventore, deus ex machina del più antico festival jazz estivo d’Europa) nel parco delle piscine Le Naiadi vennero posizionati dei televisori per permettere agli spettatori di vedere il primo passo dell’uomo sul nostro satellite, senza perdersi le note di Jean Luc Ponty o della Maynard Ferguson big band.

Pescara Jazz 50
Lucio Fumo con Elle Fitzgerald

Grazie al Festival personaggi come Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Sarah Vaughan, Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Chick Corea, Herbie Hancock, scoprirono la città, e la regione. E grazie al Festival, Pescara ha avuto, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, una visibilità mondiale tanto da far dire a Ira Gitler (forse il più noto critico del pianeta): «Perugia, Pescara, Parigi, sono le tre P del jazz nel mondo».

I miei ricordi cominciano dal 1976 (alla prima edizione avevo 7 anni…), l’anno che precedette lo stop delle successive quattro stagioni (dal 1977 al 1980 compresi).

Allo stadio Adriatico riuscii a infilarmi in tribuna (aprirono i cancelli e fecero entrare il pubblico non pagante, evidente prevenzione dopo le contestazioni dell’edizione precedente che costarono anche una manganellata in testa a Don Cherry) per l’esibizione di Sun Ra intergalactic research arkestra. Fu uno spettacolo, nel senso pieno del termine. Sun Ra (già dallo pseudonimo tutto un programma), vestito come un faraone barocco volteggiava sulle tastiere, più che jazz era uno show.

Tornai nel 1982 ed ebbi modo di apprezzare da vicino, ero in prima fila alle Naiadi, le mani enormi di Tal Farlow sulla sua chitarra, in coppia con Red Norvo al vibrafono. E poi Art Blakey jazz messengers e Dizzy Gillespie; Michel Petrucciani; George Adams e Don Pullen.

Qualche anno più tardi il mio rapporto col Festival divenne professionale. Nel settembre 1986 iniziai a collaborare come critico musicale con il Centro e l’anno dopo (’87) fu il mio primo Festival da giornalista. Ricordo (in serate dal caldo infernale) Stan Getz e, soprattutto, Dexter Gordon, al culmine della visibilità internazionale grazie al film “Round midinight” diretto da Bertrand Tavernier. Poi, un giovane Winton Marsalis, meraviglioso, e l’Herbie Hancock trio. Da quell’anno ho scritto oltre cento articoli sul Pescara Jazz, solo una ottantina dei quali riportati sul volume celebrativo Rapsodia in blue note – La storia di Pescara Jazz, di Lucio Fumo e Marco Patricelli (Ianieri edizioni).

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La copertina del libro di Fumo e Patricelli

Certo è che l’esperienza più significativa la ebbi nel 1990, il 20 luglio, quando riuscii a intervistare Dizzy Gillespie (leggi QUI). Un’avventura fin dall’inizio visto che salii in ascensore con il mitico trombettista, che si incavolò molto quando, arrivati davanti alla sua suite dell’Hotel Esplanade, la 511-512, non riuscì ad aprire la porta. E poi, il suo americano strascicato (reso incomprensibile dal sigaro sempre ficcato in bocca), il camicione con il quale si presentò poco dopo per fare l’intervista (lo stesso che poi indossò la sera sul palco), il suo manager che faceva il filo alla collega Jolanda Ferrara (che in quell’occasione mi aiutava con l’inglese), Fumo preoccupato per la mia prima domanda che fu:

Mister Gillespie, molti dan­no ormai per finito il jazz, lei cosa ne pensa?

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Gillespie a Pescara nel 1990 (dal sito Festival Pescara Jazz)

E lui imbufalito che mi risponde: «Non intendo rispondere a questa domanda. E’ ovvio che il jazz non è morto». Poi, però, si riaddolcì molto quando proseguimmo a parlare di musica suonata, di Miles Davis e della sua meravigliosa carriera.

E poi tanta musica, tante serate, tanti monumenti della musica, tante polemiche.

Nel 1991-92 il Festival venne scippato a Fumo e qualcuno provò a controbattere che anche quell’anno c’erano grossi calibri: “Abbiamo invitato anche i Corea (pronunciato all’italiana)”, scambiando uno dei più grandi pianisti della musica afroamericana (peraltro già visto diverse volte a Pescara) con un inesistente gruppo…

Non fui tenero su quelle due edizioni (attirandomi l’odio mai placato, a distanza di quasi 30 anni, anche di uno degli organizzatori) ma dovetti difendermi (purtroppo avvenne anche altre volte) pure all’interno del mio giornale dove un collega-superiore, ma analfabeta in musica, mi bacchettò perché avevo osato esercitare il mio diritto-dovere di critica. Oggi, non avrei potuto scrivere nemmeno una virgola.

Con il nuovo millennio Fumo aprì il Pescara Jazz anche ad artisti non incasellabili nell’ortodossia del genere. Sono arrivati, così, al teatro D’Annunzio personaggi come Natalie Cole (2000 e 2007), Bob Dylan (2001), Burt Bacharach (2004 e 2015), Tony Bennett 2005. Tante stelle del firmamento musicale internazionale che hanno reso, se possibile, ancora più speciale il Festival.