Una vita fa (20 luglio 1990), intervistai un mito della musica, che mi fa piacere riproporrre: Dizzy Gillespie. “Il jazz non morirà”, mi disse. Nel frattempo lui è passato a miglior vita (6 gennaio 1993, all’età di 75 anni) e il jazz non è morto. Lo incontrai in occasione del suo concerto al Festival Pescara Jazz, ed era la quinta volta che veniva in città, in quell’occasione era accompagnato dalla United nation orchestra.

La copertina del disco Dizzy Gillespie and the Unitend nation orchestra
Ecco l’articolo pubblicato sul Centro il 21 luglio 1990.
Con l’immancabile sigaro avana, t-shirt bianca (con scritta ovviamente ‘musicale’), pantalone gessato e tradizionale macchina fotografica a tracolla (stile turista) sale le scale dell’hotel Esplanade. Mister Gillespie, proprio lui, arriva più o meno puntuale all’incontro fissato per l’intervista. Dopo una cena in perfetto stile Usa (con inizio alle 18, e composta da spaghetti alle vongole veraci, peperoni, melanzane, il tutto annaffiato da un ottimo thè con saccarina — Dizzy soffre di diabete) molto gentilmente chiede di accompagnarlo in stanza, «devo cambiarmi», dice in un americano biascicato per il sigaro. Nell’ascensore l’emozione di salire con uno degli ultimi miti della musica cresce (di solito non si sa che dire, figurarsi poi con Gillespie). Prima di arrivare alla stanza (dopo aver ‘circumnavigato’ i corridoi dell’hotel) qualche battuta serve a stemperare l’imbarazzo.
La chiave non apre la porta della stanza
Ma, dinanzi alla suite 511-512, colpo di scena: la chiave non riesce ad aprire la porta. Qualche tentativo a vuoto, Dizzy che va in giro bussando a tutte le camere del piano (occupate dal suo entourage), il dottor Fumo (direttore artistico di Pescara Jazz) che si precipita alla reception.
Dopo un quarto d’ora di prove, la porta, inspiegabilmente, si apre. Misteri della tecnica. Ancora un po’ di attesa nel salottino (mentre il musicista entra nella sua stanza) e nel frattempo arrivano il personal manager, Fumo, e un inserviente. Dopo altri dieci minuti, finalmente arriva, con indosso un lungo camicione e, pavoneggiandosi un po’, si siede.
Mister Dizzy Gillespie, molti danno ormai per finito il jazz, lei cosa ne pensa?
«Non intendo rispondere a questa domanda. E’ ovvio che il Jazz non è morto».

L’articolo con l’intervista sul Centro del 21 luglio 1990
Miles Davis ha affermato nella sua autobiografìa che se dovesse morire lascerebbe a lei parte dei suoi averi. Dizzy Gillespie (fra cent’anni) a chi li lascerà?
«La mia musica? Siamo in contatto con la Smithsonian, una sorta di museo nazionale dove artisti famosi lasciano le loro cose. C’è il piano di Duke Ellington, il sax di Lester Young, il piano di… ehi come si chiama quello che ha scritto ‘Summertime’, sì di Gershwin…»
Davis, nel suo libro, la cita in 95 pagine, delle 430 di cui è composto (almeno nella versione italiana) non mancando di sottolineare che senza Gillespie non sarebbe arrivato dov’è ora. Ma lei si sente un caposcuola, un modello da imitare (forse com’era per lei Roy Eldridge)?
«Quando crei uno stile ti aspetti di diventare un modello per qualcuno».
Nessun erede per Dizzy Gillespie

Gillespie a Pescara nel 1990 (dal sito Festival Pescara Jazz)
Davis dice che i bianchi (in particolare i critici musicali) non fanno altro che cercare di mettere i musicisti neri uno contro l’altro, facendo dei paragoni. Non so se lei è dac-cordo, ma credo che posso rivolgerle la domanda Io stesso in quanto dall’alto della sua esperienza di certo non si preoccupa di paragoni, né delle «sfide». Allora, cosa pensa di Wynton Marsalis? E’ il nuovo Gillespie, o, meglio ancora, il nuovo Miles Davis?
«Non ci saranno nuovi Miles Davis o nuovi Dizzy Gillespie. Ognuno diventerà famoso col proprio nome».
L’ambiente del jazz quando lei iniziò suonare, era un po’ ‘turbolento’. Oggi le cose attorno’ al jazz sono molto cambiate. C’è stata una sorta di ‘imborghesimento’ dell’ambiente. Questo, secondo lei, ha influito e quanto sul cambiamento della musica?
«Non necessariamente. Sono sempre di più i giovani musicisti, ma per emergere con un proprio stile occorre molto tempo. E quando qualcuno mette su un disco e lo ascolta e dice ‘questo è Gillespie’, quello è stile. Perciò ci vuole tempo».
Lei che era così duro nei confronti dei colleghi che si drogavano (le divergenze con Charlie Parker al riguardo sono abbastanza note) come vede la situazione sociale attuale in cui gli stupefacenti (nonostante leggi restrittive sia negli Usa che da noi) sono sempre più diffusi?
«E’ una questione di istruzione. Molti musicisti (e molti giovani) che iniziano ad assumere droga non conoscono le conseguenze a cui si espongono, altrimenti non lo farebbero».
Lei ha avuto la cittadinanza onoraria di Bussano sul Grappa, viene continuamente in Italia da decenni. Perché non fa lo sforzo di imparare qualche parola di italiano? Per lo «statista del jazz» conoscere qualche lingua oltre la propria dovrebbe essere normale, o no?
«Sì, come no… (ride) conosco alcune parole: ciao, italiano…».
La prima volta che si esibì a Pescara era il 1970 (durante la stagione della Società del Teatro e della Musica Luigi Barbara), poi tornò per il Festival nelle edizioni 1981, 1982, 1988. Questa è dunque la quinta volta che viene (stupito Gillespie fa un fischio). Cosa pensa della città, e del Festival?
«Molto bello il Festival, e poi la gente è molto calda. Il pubblico italiano è probabilmente il più caloroso di tutti. Non lo dico perché sono in Italia. Voi siete in grado di entusiasmare i musicisti e date molte soddisfazioni a chi è sul palco».





























































































































































