Il 14 giugno Francesco Guccini compirà 80 anni, un compleanno pesante e significativo per chiunque, ancor più, forse, per un artista amato ma schivo, non a caso da tempo si è “ritirato” a Pàvana, il paese natìo sull’Appennino tosco-emiliano. Il Guccini visto da Talanca è più preciso di come è stato finora raccontato

Fra la via Emilia e il West

Un musicologo attento e attendibile come Paolo Talanca, pescarese, critico musicale del Fatto Quotidiano, insegnante e direttore artistico dell’Osteria delle Dame di Bologna, ha dedicato al “maestrone”, come lo chiamano i fan, un approfondito volume edito da Hoepli. Il libro è “Fra la via Emilia e il West”, come il titolo di un doppio album dal vivo del 1984 (una sorta di prima antologia dei suoi brani).

Guccini visto da Talanca
La copertina del libro

Prefazione di Gianni Mura

Il volume colpisce per la vastità dei riferimenti e non a caso nella prefazione si legge: «Prima che cominciate a leggere il Guccini di Paolo Talanca, vorrei sottoporvi un paio di precisazioni non richieste ma necessarie. La prima: Talanca ha raccontato così in profondità Francesco (vita, opere, pensieri, canzoni, radici) da sconsigliare a chiunque, a me per primo, di avventurarsi sullo stesso terreno. La seconda: mi considero un gucciniano della prima ora, avvinto e convinto ma monco». Se si aggiunge che l’autore di questa prefazione è uno dei giornalisti più seri d’Italia, il compianto Gianni Mura, si capisce che è un testo imperdibile non solo per gli appassionati di Guccini, ma, in generale, per chi voglia conoscere un fenomeno sostanziale della musica italiana: il cantautorato.

Guccini visto da Talanca
Paolo Talanca intervista Francesco Guccini

Guccini visto da Talanca

Talanca guida il lettore in un itinerario cronologico, geografico, politico, musicale, poetico (da docente  di Lettere nelle scuole superiori e da critico musicale da anni si batte per far inserire la canzone d’autore nelle materie scolastiche) dell’autore di Auschwitz e già nei titoli dei capitoli si apprezza la sistematicità dell’approccio. Si va, infatti, da Pàvana, un ricordo… (le radici, l’Appennino e le fondamenta del canzoniere gucciniano – 1940-1945) alla Piccola città, bastardo posto, incipit di uno dei suoi brani amatissimi e dedicata a Modena dove compì tutti gli studi fino alle superiori, e poi la Bologna degli studi universitari, la scoperta di Bob Dylan, il beat e i primi dischi, gli anni Settanta e la pretesa del movimento che voleva i cantautori impegnati. Il Guccini “avvelenato” (A canzoni non si fan rivoluzioni), via via fino alle Canzoni d’amore, canzoni di rabbia del periodo 1990-2000 e il ritorno a Pàvana, con gli ultimi dischi.

Due bonus track

I due bonus track conclusivi, poi, valgono da soli il costo del libro. Nel primo Talanca riporta ampi stralci da una lunghissima intervista in cui si smontano alcuni miti, duri a morire, dell’autore di “Eskimo”, per decenni identificato con un indumento simbolo della protesta degli anni Sessanta e Settanta.

La politica vera e immaginaria

Quegli anni – chiede a Guccini l’autore Paolo Talanca – erano caldi per la pretesa politicizzazione che alcuni volevano nei confronti dei cantautori. Come li ricorda? «Era una vera assunzione di militanza. Il cantautore doveva sembrare un frate laico, girare con la chitarra e andare dovunque lo chiamassero, naturalmente gratis. Da parte mia c’era la rabbia verso questo atteggiamento che per esempio sfociò nel processo a De Gregori». E prosegue: che lei però seppe gestire con maggiore successo, nel 1977. «A Verona, sì. Ero circondato da questi che si definivano “autoriduttori” [ride n.d.r.]. Il teatro era piccolissimo, forse per la prima e unica volta nella mia vita feci quattro serate di fila. Ricordo questi che mi urlavano da fuori. Ma non potevano entrare, non potevano “autoridursi”, perché non c’era più spazio. Successe una volta anche a Milano, dove Dario Fo aveva occupato la Palazzina Liberty. Da fuori urlavano che volevano entrare. Dario Fo andò a spiegare che non potevano entrare per scarsità di posti, e questi gli urlavano “fascista!”, pensa te! Invece io a Verona li presi in giro, anche in maniera pesante» .

L’equivoco sulla Locomotiva

Per sottolineare l’equivoco di una militanza più immaginata che reale Talanca aggiunge: Forse, nei suoi confronti, erano stati fuorviati dal brano La locomotiva, che però è una canzone popolare, scritta in maniera volutamente retorica no? «Esatto. La scrissi così pensando alle canzoni popolari e soprattutto a quelle anarchiche. Avevo letto questa storia nel libro di Romolo Bianconi “Trent’anni di officina” e pensai di scrivere una canzone alla maniera degli autori anarchici di fine Ottocento, primi del Novecento. Quindi è impostata in maniera molto retorica, ma volutamente, per fare il verso a quel tipo di canzone, altrimenti non avrei mai fatto certe affermazioni».

Contro il berlusconismo

Gli anni veramente politicizzati, invece, arrivano molto dopo, alla fine del secolo scorso, confessa Guccini a Talanca, in particolare contro il berlusconismo. E all’autore che gli chiede se canzoni come “Nostra signora dell’ipocrisia” o “Addio” siano molto più politiche della Locomotiva, il cantautore risponde: «Eh sì sicuramente. E adesso le cose non han fatto altro che peggiorare. Negli anni Settanta, “Libera nos Domine” era una canzone politica. Nei Novanta, sicuramente “Nostra signora dell’ipocrisia”. Ma sono stati anche anni di altri brani, per esempio di una canzone d’amore esplicita come “Vorrei”. Prima di “Vorrei” non ho mai scritto testi dichiaratamente d’amore. C’è “Canzone quasi d’amore”, ma quel quasi è importante».

Guccini visto da Talanca
Luciano Ligabue e Francesco Guccini

Le parole di amici e colleghi

Il secondo bonus track è ugualmente interessante in quanto Talanca ha chiesto ad artisti, amici, addetti ai lavori, veracemente gucciniani, cos’è Francesco per loro. Si trovano così, gli interventi dei suoi musicisti storici, Ellade Bandini, Juan Carlos “Flaco” Bandini, Ares Tavolazzi, o di Umberto Eco, di Roberto Vecchioni, del critico musicale Massimo Cotto. E, non poteva mancare, Luciano Ligabue (che lo volle tra i personaggi principali del suo primo film “Radiofreccia”, nei panni di un barista, Adolfo) che scrive: “(…) Alla gente non basta starlo a sentire. La gente ci vuole parlare. E forse ha voglia di confidarsi con lui. Come faresti solo con il tuo barista di fiducia. Di un bar ideale. Perché Francescoguccini, per essere quel grande di Francescoguccini, deve essere, anche, uno bravissimo ad ascoltare. Deve essere uno che sai dove trovarlo. Deve essere uno su cui puoi continuare a contare”.

Ecco, per conoscere il Guccini si può continuare a contare su Talanca.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Città di Teramo domenica 7 giugno.

Leggi QUI anche la recensione al libro dedicato da Paolo Talanca a Ivan Graziani.