Un cantautore rock che negli anni Settanta inventa uno stile di scrittura e un linguaggio per la canzone come nessuno aveva fatto prima. Sono le prime 23 parole del libro di Paolo Talanca che scolpiscono un ruolo finora poco compreso nella musica d’autore italiana.  

Il critico musicale pescarese, autorevole firma del Fatto quotidiano (dove ogni suo articolo arriva fino a 6mila condivisioni), direttore di redazione del prestigiosissimo premio Lunezia, componente della giuria che assegna le targhe Tenco, ha da poco pubblicato il suo nuovo libro, Ivan Graziani – Il primo cantautore rock (Crac edizioni, 90 pagine, 12 euro, prefazione di Andrea Scanzi), in vendita da lunedì 14 dicembre.

TALANCA

Ed è un eccellente lavoro, questa analisi sul musicista teramano, come difficilmente se ne trovano in Italia. Anzi, come non se ne sono mai visti. Sì, perché normalmente la musicologia nel nostro Paese o si rivolge alla letteratura colta, e in quel caso lo fa con tutti i crismi della scientificità che richiede la materia, oppure quando pretende di studiare la musica leggera o rock o pop in realtà non fa altro che creare santini inutili, agiografie buone per i fan e solo per loro. Chiaramente più il santificato è seguito, è una star da centinaia di migliaia di spettatori a tour (si pensi a Liga, a Vasco o a Jovanotti), e più i libri a esso dedicati sono best seller. Ma questo, il dato delle vendite, cosa c’entra con una analisi seria, motivata, scientifica? Nulla, infatti.

Talanca, poi, si va a cacciare nei guai perché punta l’obiettivo su di un artista di grandissima levatura, sì, ma ormai scomparso da quasi vent’anni e che pure nella sua intensissima vita (durante la quale ha avuto anche modo di occuparsi – e molto bene – di arti visive) non è che richiamava folle oceaniche.

Ma è proprio per tutto ciò che Ivan Graziani – Il primo cantautore rock è un libro di grande pregio. A parte qualche peccato veniale di stile, facilmente emendabile nelle prossime edizioni (un uso eccessivo dell’antipatico refrain “vero e proprio”, qualche luogo comune di troppo e un linguaggio a volte eccessivamente colloquiale, parlato), la sostanza è ottima e consegna al lettore – sia esso un appassionato del rocker aprutino o un giovane che non ne abbia mai sentito parlare e soprattutto suonare – il ritratto di un meraviglioso artista da rivalutare, da studiare e da riproporre. Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano La Città.

Ivan vuole fare il cantautore partendo da virtuoso dello strumento, senza snobbare il rock’n’roll (anzi!), senza sentirsi in dovere di parlare di politica (semmai di sociale), senza voler apparire intellettuale, esistenzialista e polveroso

scrive Talanca. Ponendo così un macigno enorme, un iceberg, sulle pretese da artista di tre quarti del cantautorato italiano. L’autore del libro, insomma, sostiene – a ragione – che gran parte della produzione italiana degli anni Settanta era drogata da una necessaria politicizzazione che – paradosso del nostro strano Paese – portava a quei campioni miliardi e successo (contro cui le loro canzoni si scagliavano…) ma che aveva scarse basi artistiche.

Graziani, invece, si segnala subito come un genio controcorrente che nel 1969 si rifiuta “(…) di pubblicare un pezzo con importanti discografici come Franco e Gianni Daldello. La cosa va così: i Daldello propongono all’Anonima sound il brano Non credere, scritto da Mogol, Soffici, Clausetti. Ivan lo canta e lo registra. E poi? Poi dice che lui vuole fare altro. La canzone sarà data a Mina e diventerà un successo discografico. Ma va bene così: Ivan vuole diventare Ivan Graziani, non quello che canta Non credere”.

Talanca analizza il fenomeno Graziani anche da un punto di vista sociologico: “(…) Se da una parte è stato fondamentale per il suo carattere il fatto di essere cresciuto in provincia, dall’altra si è salvato dai suoi aspetti negativi andando fuori e avendola vista dall’esterno”. Ma dove meglio si esprime, il musicologo, è nella attenzione alla musica e ai testi: “Lo stile di Ivan è unico tra i cantautori, perché le sue parole vengono fuori dalle dita della mano destra, arpeggiate nei riff (…) Se i primi tre dischi, Desperation, La città che io vorrei e Tatomaso’s guitars sono una dichiarazione d’intenti; se Ballata per quattro stagioni è un debutto in società un po’ timidino di chi ha l’animo abituato alle sicurezze della provincia; se I lupi è l’album della liberazione, sia nei contenuti che nel linguaggio; Pigro è l’applicazione di questa liberazione. (…) Ivan era riuscito nell’impresa di unire lo spirito rock con la canzone d’autore: la musica, il divertimento, il ritmo tribale e innato dello sconvolgimento rock, con la necessità di comunicare qualcosa di importante nei testi della rivoluzione alla canzone che – almeno in Italia – i cantautori avevano apportato”.

E a proposito di tecnica: “(…) di solito i chitarristi o sono ritmici o virtuosi; o accompagnano ritmicamente il brano o si occupano dell’assolo (o del riff). Ivan Graziani aveva una particolarità: faceva entrambe le fasi egregiamente. E a dirlo sono autorevoli chitarristi, su tutti Alberto Radius. Bene: metaforicamente questa caratteristica ci fa capire che solo Ivan Graziani, allora, poteva unire le due anime, rock e d’autore, in quel modo; solo a lui poteva venire così bene l’unione del rock declinato in singole note dei riff e degli assoli, con la parolazione graziosa e lieve della successione degli accordi nell’armonia, nel dettato poetico del testo”.

In poche parole, un genio fuori dal coro, colpevolmente tenuto ai margini da una industria musicale che alla solidità dell’arte ha sempre preferito le parole d’ordine dell’impegno a parole e della musica mediocre.

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