Ecco l’intervista a Stefano Arienti che ho realizzato per il progetto Retina della Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture, presieduta da Osvaldo Menegaz, a cura di Simone Ciglia. Retina ha ottenuto il secondo posto nel bando Italian council del ministero dei Beni e le attività culturali e del turismo italiano, Direzione generale Arte e architetture contemporanee e periferie urbane. Un grande successo vista l’agguerrita concorrenza di operatori di tutto il mondo. L’intervista, tradotta anche in inglese e spagnolo, è contenuta nel catalogo della mostra allestita dal 21 giugno al 14 luglio 2019 nella sede dell’Istituto italiano di cultura di Barcellona, e dal 21 luglio al 2 settembre nel palazzo De Sanctis di Castelbasso.

Progetto Retina
Stefano Arienti (foto Gino Di Paolo)

Maestro, Retina, la sua opera al centro del progetto della Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture e a cura di Simone Ciglia, è un grande arazzo, prodotto in tre esemplari, e prosegue la sua indagine sullo stato e le possibilità dell’immagine. Come ha pensato quest’opera?

«E’ un lavoro fotografico, finora ho trattato poco l’immagine fotografica ma l’ho già fatto in passato e ho cercato di farlo in modo personale. In questo caso, ho utilizzato delle tecniche a metà strada tra quelle tradizionali e quelle innovative nell’epoca digitale, per la trasformazione dell’immagine in un oggetto tessile, speciale come un arazzo».

Lei parte da una matrice fotografica che tramite un processo di retinatura poi viene tradotta in un arazzo. Può spiegare meglio come avvengono questi passaggi?

«Parto dall’immagine digitale, ma potrebbe essere anche analogica, e con dei semplicissimi programmi di elaborazione, la trasformo da una foto a colori a una in bianco e nero e da questa a due colori. La retinatura serve a far quello, a semplificare l’immagine mantenendone il più possibile le informazioni. Ci sono tanti parametri che posso modificare o utilizzare per andare verso un’immagine più contrastata o più leggibile, o dove la retinatura distrugge un po’ di più le possibilità della foto. Decido io quale è il punto, il risultato che voglio raggiungere».

Tramite Retina lei si confronta con una tradizione abruzzese molto forte, l’Arazzeria Pennese, nata oltre 50 anni fa e forte di collaborazioni di altissimo livello, confermate dalla sua presenza per Retina. Come si è trovato a lavorare con gli artigiani locali?

«E’ stato una bella esperienza, spero di riuscire a imparare cose che non conosco. E’ la prima volta che realizzo un progetto nel quale mi confronto con un processo di tessitura, piuttosto complesso, che può essere fatto a mano o tramite tecnologie comandate da un computer, come si fa adesso, però l’obiettivo che mi interessa è che l’immagine resti su un oggetto che ha una materia molto speciale, molto particolare. Quindi, confrontarmi con la sensibilità che ha fatto sviluppare quel tipo di sapere attorno a quegli oggetti speciali è quello che voglio imparare e spero di poter offrire una sensibilità che arriva dal mondo dell’arte contemporanea alle persone che hanno voglia di confrontarsi con me».

La riscoperta del lavoro artigiano, della tradizione, è al centro del progetto, nel lungo periodo, della Fondazione Malvina Menegaz. Come si inserisce, secondo lei, questa iniziativa nel panorama attuale?

«E’ sicuramente un progetto di ricerca, spero che sia in grado di unire la voglia di confrontarsi e recuperare un sapere tradizionale, diverso dalle tecnologie contemporanee e dalla sensibilità della fotografia contemporanea. Sono immagini che tutti produciamo con dispositivi tecnologici e digitali sempre più complessi che però sono sempre più a disposizione di tutti».

Quale è stata la scelta dei tre soggetti degli arazzi ?

Progetto Retina
Stefano Arienti davanti all’arazzo Retina dalla sua foto a Campo Imperatore

«Sono immagini molto differenti tra di loro. Una è stata scattata al Museo Batha di Fes, in Marocco, e ritrae un pavimento con il riflesso di luce sulle piastrelle e il colore è il giallo, complementare al nero. Un’altra è un paesaggio abruzzese, un dettaglio di Campo Imperatore, una foto che ho scattato durante un mio viaggio, un elemento di natura che contrasta con le altre. L’ultima è la coperta di un letto, sempre presa in Abruzzo, in particolare a Santo Stefano di Sessanio, molto più intima. Sono tre immagini molto diverse, con una differente profondità: una dominata dalla luce che è quella filosofica, del barocco; una con una atmosfera rarefatta di sassi in montagna e l’ultima più calda con un colore di fondo un rosa carico che contrasta con l’antracite, il disegno di una coperta tradizionale abruzzese».

Dalla natura alla tradizione locale o esotica, come può essere il pavimento del museo in Marocco, dunque.

Progetto Retina
Retina, di Stefano Arienti, dalla sua foto del pavimento del museo Batha di Fes (Marocco)

«Sì, certo. Sia la coperta che il pavimento sono entrambi elementi molto decorati, con un disegno molto preciso, ma pure l’immagine del paesaggio ha in primo piano dei grandi sassi che anch’essi diventano un elemento molto forte che caratterizza l’immagine».

La definizione dei colori qual è stata?

«Il colore ha caratterizzato molto il progetto Retina, con il giallo che va a contrasto col nero, nell’ispirazione dal pavimento marocchino; con il rosa e l’antracite nella coperta da letto abruzzese mentre nel paesaggio di Campo Imperatore abbiamo scelto un blu scurissimo e un bianco perlaceo».

La scelta del pavimento del museo in Marocco, invece, a cosa è stata dovuta? Al disegno, al colore o ad altre motivazioni?

«E’ stata una delle prime selezionate, nel tentativo di verificare se le immagini da trasferire nella retinatura riuscisse a rendere un disegno così complesso e una sensazione di materia così particolare. Diciamo che era anche un po’ una sfida per vedere se si riusciva a trasferire una sensazione di materia da un ambito a un altro».

La scelta l’ha fatta anche sulla base del risultato che ha poi ottenuto.

«Sì, è stato un lavoro molto lungo, la trasformazione di una immagine digitale, che ho eseguito io, anche per riuscire ad adattarmi alle caratteristiche tecniche della tessitura. Alcune si prestavano meglio di altre e Simone Ciglia mi ha aiutato molto nella scelta e nella definizione dei soggetti da utilizzare».

Un lavoro sull’Abruzzo al quadrato, anzi al cubo, visto che c’è la commissione da parte della Fondazione Menegaz, il lavoro coordinato con l’Arazzeria pennese e il soggetto, che in due casi su tre è preso proprio dal territorio.

Progetto Retina
L’arazzo Retina dalla foto di Arienti di una coperta tradizionale abruzzese

«Sì, e visto che stiamo parlando di doppi o tripli riferimenti, è molto interessante la scelta della coperta da letto che mi ha permesso di utilizzare il disegno di una tessitura che a sua volta diventa soggetto di un altro lavoro tessile (attraverso l’Arazzeria), un’immagine molto pittorica».

L’arte contemporanea presenta complessità che è necessario spiegare. Molti artisti sono, oggi, su questa linea di pensiero. Lei preferisce farlo in prima persona? E se sì come può raccontare il percorso dalla sua idea di Retina a ciò che vorrebbe arrivasse al fruitore della sua opera?

«Io non ho dei punti dove voglio arrivare, non ci sono delle mete prefissate. E’ sempre un lavoro di ricerca dove non si sa quali saranno i risultati, e quindi è una ricerca libera. Per me questa è la modalità di lavoro più congeniale, quella che mi stimola di più e, magari, gli esiti non sono prevedibili ma il processo è l’unico con il quale riesco a imparare, e penso sia quello dove si crea, nell’ambiente, una possibilità che avvenga anche uno scambio, una diffusione di quello che si sta imparando. Io, personalmente, e le altre persone insieme a me».

Oggi viviamo immersi nella tecnologia e questa, in pochi anni, ha cambiato radicalmente la nostra vita quotidiana. Come l’ha cambiata a un artista come lei? Pensa di poter immaginare un suo lavoro realizzato, che so, con la trasposizione dell’opera su un computer, o su uno smartphone?

Progetto Retina
Stefano Arienti e il curatore Simone Ciglia

«Non lavoro con gli smartphone ma sicuramente da tanti anni lo faccio con i computer o con persone che sanno usare i pc meglio di me. Sono, per forza di cose, all’interno di questa rivoluzione digitale che ci ha colpito tutti. Ho una memoria molto forte anche di quella che era la necessità di operare solo in un mondo analogico e quindi ho la possibilità di usare sensibilità differenti nei confronti di processi di elaborazioni. I progetti artistici, nell’epoca digitale, si confrontano con tante possibilità nuove e una parte del mio lavoro – che si sta sviluppando sotterraneamente da tanto tempo e che è una specie di fiume carsico che ogni tanto spunta fuori, in alcuni casi con realizzazioni anche molto grandi, come nel caso della chiesa del nuovo ospedale di Bergamo, dove ho utilizzato per la prima volta un’elaborazione digitale di mie immagini fotografiche – è rispuntata fuori anche adesso, ma è un percorso che io continuo a seguire. Magari, è meno evidente, meno visibile di altre modalità di intervento sulle immagini che ho utilizzato».

E, proprio l’idea di realizzare un’opera sul computer, o su uno smartphone? Fare arrivare una sua opera direttamente sugli smartphone, può essere una modalità interessante per lei?

«Quello succede lo stesso. Le persone che vogliono visualizzare una mia opera, vanno su Internet e sicuramente trovano un sacco di immagini che ci sono già, quindi, ciò è indipendente dal mio volere. Questa è una dimensione che riguarda chiunque, ed è il motivo per cui ho rinunciato a costruire completamente il mio sito Internet, anche se ho un dominio a mio nome che in futuro conterrà le mie produzioni. Non so, è un’avventura ancora tutta aperta e il mio modo di operare, forse, è anche un po’ invecchiato rispetto a quello che sono le possibilità sviluppate dalle generazioni successive alla mia. Mi considero una persona molto limitata, ma ho il piacere di imparare anche quali sono le caratteristiche e i limiti del lavoro digitale e cerco di farlo».

Quali difficoltà incontra oggi un artista che si trova da una parte un panorama artistico pressoché compiuto e dall’altra un mondo in cui l’immagine, pur essendo diventata straordinariamente potente (ancor più di quanto si potesse mai immaginare), è spesso ridotta a mera riproduzione ma enormemente moltiplicata proprio grazie alle nuove tecnologie?

«In ogni caso gli artisti contemporanei lavorano sull’idea che ci deve essere una compresenza fisica dell’opera d’arte. Questa può essere anche disincarnata rispetto a quella virtuale o digitale, ma in realtà è un’altra forma di materialità. Per noi artisti, confrontarsi con tanti tipi di materialità differenti è molto importante ed è quindi un arricchimento».