Lo intitolai “Tutti i mondi di De Andrè“.

Il giornale mi mandò come inviato a Porto San Giorgio dove Fabrizio De Andrè stava preparando il tour, il suo ultimo, quello “delle carte” (enormi carte da gioco occupavano il palco), in gran parte occupato dalla track list del disco “Anime salve” e, ovviamente, da tutto il resto del suo repertorio.

Tutti i mondi di De Andrè

Inviato tra i giornaloni

Era il 12 febbraio 1997 e De Andrè fece un’anteprima per la stampa. C’erano gli inviati di tutti i giornaloni: Corriere, Stampa, Repubblica… Un paio di anni dopo se ne andò, un mese prima di compiere 60 anni. Oggi si ricordano i 20 anni dalla morte di un artista. Io lo ricordo come una persona amabile, nonostante fosse già una sorta di “santo” per l’intelligencija dell’epoca. Oggi è venerato da quel che resta di quella. In particolare si avvicinò a noi cronisti dei piccoli giornali, quasi snobbando, volutamente, gli inviatoni, le grandi firme.

Tutti i mondi di De Andrè

«Vedete quello», (ci disse, riferendosi a uno dei mammasantissima della musica leggera sui quotidiani), «dice che il disco non gli piace, ma solo perché non ho voluto partecipare alla sua festa di compleanno, qualche settimana fa».
E poi ci chiese cosa pensavamo del concerto, seriamente, fidandosi di quello che gli dicevamo. E poi si sciolse quasi nella commozione sottolineando che tra i musicisti c’erano i suoi figli, Cristiano, che ne ha ereditato in qualche modo il repertorio, Luvi (Luisa Vittoria, figlia di Dori Ghezzi).

Il tour (qui le date), poco più di un mese dopo, toccò anche l’Abruzzo (il 15 marzo al PalaTricalle di Chieti)

Ecco il testo dell’articolo pubblicato sul Centro il 13 febbraio 1997

Tutti i mondi di De Andrè

Oggi l’anteprima a Porto San Giorgio: tappa abruzzese a Chieti il 15 marzo

Tutti i mondi di De Andrè

Il cantautore presenta il tour

Suoni etnici e vecchie canzoni

dall’inviato Paolo Di Vincenzo
PORTO SAN GIORGIO — Un percorso tra la musica etnica e le sue canzoni, quelle che «qualcuno gentilmente definisce storiche per non dire semplicemente vecchie».  Fabrizio De Andrè, il più appartato tra i cantautori italiani, ha aperto il giorno di Carnevale al palasport di Porto San Giorgio le ultime prove del suo nuovo tour a un gruppo di giornalisti. L’esperimento, con grande modestia, intendeva consentire a De Andrè di «valutare il progetto in corso». Un tour che partirà sabato 15 da Pesaro (dopo l’anteprima di stasera sempre al palasport di Porto San Giorgio) e toccherà i principali centri italiani. In Abruzzo l’unica data è prevista per il 15 marzo, al PalaTricalle di Chieti. Il progetto è ovviamente già definito e affascinante.
De Andrè torna a cantare in pubblico dopo una assenza di sei anni. Risale al 1991, infatti, l’ultimo tour in concomitanza con l’uscita del disco “Le Nuvole”. Il nuovo lavoro, “Anime salve”, sta ottenendo un gradimento eccellente avendo già superato le 300 mila copie vendute a un mese dalla sua uscita. Il tour si annuncia di pari successo. De Andrè continua l’elaborazione di diversi influssi etnici, sia nei testi che nelle musiche, e gli apporti “tradizionali” della cultura sarda, sua terra d’adozione, e di Genova, sua città di nascita, si mescolano a suoni e ritmi sudamericani, mediterranei. «I concerti sono nei pala-sport, ma quello che forse i giovani chiedono è il ritmo ossessivo», spiega De Andrè in una pausa delle prove. In perfetto completo blu, maglioncino e pantalone di velluto, il musicista chiede pareri e commenti. Ma nei suoi brani questo aspetto costante della percussione c’è. «No, non c’è niente», si schermisce l’autore di “Bocca di rosa”, «Purtroppo non c’è niente».
Ma ad ascoltare i brani, il ritmo viene fuori e le vibrazioni ci sono eccome. L’unica differenza, niente affatto trascurabile, è che nelle musiche di De Andrè ci sono anche dei testi significativi, poetici, incisivi. «I figli cadevano dal calendario, Yugoslavia Polonia Ungheria, i soldati prendevano tutti, e tutti buttavano via», scrive in “Khorakhanè”, un testo dedicato a una tribù mm’ di provenienza serbo-montenegrina. Il dramma della guerra, delle persecuzioni in un testo e in una musica di infinita dolcezza.
Oppure «Che ci fanno queste anime, davanti alla chiesa, questa gente divisa, questa stona sospesa, a misura di braccio, a distanza di offesa, che alla pace si pensa, che la pace si sfiora, due famiglie disarmate di sangue, si schierano a resa, e per tutti il dolore degli altri, e dolore a metà». E’ l’inizio di “Disamistade” che in lingua sarda vuole dire “disamicizia” e per estensione faida. Nel concerto, che assume la forma di uno spettacolo completo, c’è una grande attenzione per la scenografia. Scarna ed essenziale, la scena si presenta dominata da teloni bianchi, sorta di vele aperte dietro ai musicisti in primo piano.
Uno spettacolo nel concerto tra i suoi brani storici e le atmosfere del Mediterraneo
Durante l’esecuzione di alcuni brani c’è anche l’intervento di due mimi, del gruppo “Quelli di Grock”. «Le maschere sono quelle del teatro Kabuki giapponese, fanno un po’ paura, vero?», dice De Andrè spiegando l’intervento dei mimi — Maria Grazia Muciaccia e Michele Cafaggi — durante “Disamistade”. I due sono in calzamaglia nera ma da questa tolgono degli adesivi che svelano dei segni bianchi, la calzamaglia si trasforma in uno scheletro. Ma nel concerto, naturalmente, c’è spazio anche per i «vecchi» brani.
Dopo la prima parte dedicata all’ultimo disco uno spazio viene dedicato alla produzione etnica (“Creuza de ma”, “Sidun”, “Megu megun”) per poi tornare a “La guerra di Piero”, “Don Raffae'”, “Bocca di rosa”. Eccellente il parterre di strumentisti a cominciare dal figlio, Cristiano, che suona diversi strumenti e il violino, e poi Michele Ascolese, alle chitarre, Rosario Jermano alle percussioni, Gilberto Martellieri, alle tastiere.
Tra le coriste un’altra componente della famiglia: Luvi De Andrè.

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