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Lindsay Kemp, folletto geniale dell’arte è morto nella notte di oggi, 25 agosto, a Livorno, aveva 80 anni. Lo incontrai tanti anni fa in occasione della sua regia di Traviata al Marrucino di Chieti. Riporto quella intervista in cui, come sempre, rilasciò dichiarazioni di grande suggestione.

Addio Lindsay Kemp

Articolo pubblicato sul quotidiano il Centro, giovedì 21 ottobre 2004

Ballerino, coreografo, attore, a Chieti propone la sua regia della Traviata di Giuseppe Verdi. Domani la prima

Kemp, un genio affascinato dall’opera

«Adoro la lirica, offre al pubblico l’essenza del teatro: gioia e magia»

Addio Kemp 1

Un  folletto geniale, appena uscito da una foresta incantata di Shakespeare, dalla fantasia sconfinata ma anche un rigoroso professionista conosciuto e amato in tutto il mondo. Sono i due aspetti di un artista come Lindsay Kemp che è in questi giorni in Abruzzo. Ballerino, coreografo, regista, attore, pittore Kemp sta preparando, per il teatro Marrucino di Chieti (si veda pezzo in alto) l’allestimento della Traviata di Verdi che andrà in scena domani. Kemp, in una pausa delle prove, ha rilasciato al Centro l’intervista che segue.

Come riesce un artista così fantasioso, quasi visionario come lei a farsi ingabbiare dalle rigide strutture dell’opera lirica?

«E’ più facile, invece, perché non ci si deve preoccupare di creare la struttura di uno spettacolo. C’è un capolavoro già esistente. Ci sono molti registi che si sono trovati ingarbugliati e a volte cercano di imporre una loro visione personale», spiega Kemp assistito anche durante l’intervista dal fido David Haghton, collaboratore alla regia e a suo agio con l’italiano, a differenza del maestro. «Non è il mio caso, non cerco mai di imporre la mia originalità. L’opera, per me, è il punto di arrivo di tutta la mia vita. Per me rispettare la musica in un capolavoro è una seconda natura perch tutti i miei spettacoli vanno in quella direzione. Quando metto in scena un’opera lirica non mi preoccupo del rischio di offendere i critici, mi preoccupo solo di avere i compositori dalla mia parte. Io penso che loro sono degli angeli che stanno a guardare lo spettacolo sul palco quando io lo metto in scena».

Quali opere ha più amato?

«Beh, ho avuto la fortuna di dirigere solo le opere che amavo. La prima è stata il Barbiere di Siviglia di Rossini, ed è quella che più vorrei rifare. E’ un lavoro che consente di ridere, di gioire, di divertirsi, esprime, grazie alla musica, ciò che per me è l’essenza del teatro, fornire allegria al pubblico. Poi ho fatto il Flauto Magico. Era tutta la vita che mi stavo allenando per lavorare su uno spettacolo che parlasse di magia. Lavorare su un’opera di Mozart, e del Mozart al suo apice creativo, è stato stupendo. Ho lavorato anche su Mascagni (Le Maschere e Cavalleria Rusticana, ndr). In seguito ho avuto modo di mettere in scena un’opera inglese con Fairy Queen di Purcell, così potevo capire cosa dicevano i cantanti (ride). E poi è arrivata Butterfly, la prima opera che ho conosciuto da bambino. Il mio sogno si è avverato. Perché? Ma per tanti motivi, per il mio amore per il Giappone, perché mio padre (come Pinkerton, il protagonista maschile, ndr) era anche lui un marinaio e quindi capivo benissimo cosa volesse dire per una donna aspettare il suo uomo in giro per il mondo sulle navi. E alla fine siamo arrivati a Traviata. Quando dirigo un’opera trovo sempre un punto di identificazione con tutti i personaggi, ce n’è sempre uno in particolare, però».

E qual è quello che trova più vicino in Traviata?

«Oh (sorride malizioso), naturalmente non certo Germont, sicuramente Violetta».

«Tra l’altro il personaggio è molto vicino anche a Flowers», (sottolinea Haughton che con Kemp ha iniziato a lavorare oltre 30 anni fa come ballerino e che lo ha affiancato anche nello spettacolo tratto dal libro di Genet, Nostra signora dei fiori).

La Traviata di Verdi parte da una scena di gioia e spensieratezza (il celeberrimo Libiam ne’ lieti calici) passa per un amore contrastato, quello di Violetta per Alfredo, e si conclude con la tragica e prematura morte della protagonista. Quanto è vicina una vicenda come questa alla vita reale?

«E’ una storia espressa in termini più estremi del normale ma esprime situazioni che tutti più o meno vivono. Certo, lo scandalo di una ex prostituta che si innamora di un ragazzo di buona famiglia oggi non ci sarebbe più, per questo non ha senso ambientare Traviata in un’altra epoca, che so a metà del secolo scorso. Ma l’atteggiamento di vivere i piaceri della vita fino in fondo, fa parte della mia vita, come quella di tutti, penso. E le imposizioni della società sono vissute da tutti, come l’amore ostacolato. Non è una fiaba, insomma, è una storia vera, credibile. Ed è proprio per questo che è una delle opere più recitate nel mondo».

David Bowie ha detto: «Devo tutto a Lindsay». Come commenta questa frase?

«E’ difficile gestire questo tipo di domanda. So che è stato un incontro importante più per Bowie che per me. Lui è sempre molto gentile e molto riconoscente. Io, fin da ragazzino, ho sempre amato condividere con gli altri ciò che sapevo, essere insegnante e guida degli altri. Bowie è stato un perfetto allievo, uno studente bravissimo (Bowie è stato all’inizio ballerino nella compagnia di Lindsay Kemp, ndr), e portava molto entusiasmo negli stimoli che gli offrivo, dal teatro giapponese Kabuki alla commedia dell’arte. Facevamo anche delle mini opere e, devo dire la verità, (ride sonoramente), in quegli spettacoli Bowie era più somigliante a Stan Laurel (Stanlio) che non al sex-symbol che poi è diventato. Quando poi si è trasformato nella rockstar che tutti oggi conoscono è venuto da me e mi ha chiesto aiuto per il suo spettacolo Ziggy Stardust che è la cosa più conosciuta dal pubblico e che abbiamo fatto insieme».

Non si può concludere senza che lei parli delle sue sensazioni qui in Abruzzo.

«Come ho già detto quando sono venuto a presentare l’opera a Pescara io adoro questo teatro, perché è un teatro caldo. A volte sono costretto a lavorare in auditorium avveniristici, capienti, tecnologici, grandi, belli, sì, ma freddi. Il Marrucino, invece, è meraviglioso. E’ un antico teatro e io mi sento vicino ai fantasmi di tutti coloro che hanno calcato il suo palco. C’è un personale appassionato che lavora tantissimo, senza mai guardare l’orologio. Adoro Chieti, è una piccola città bellissima anche se piena di lavori in corso. Ma amo la città, la gente, il calore di queste persone. Inoltre, ho avuto la fortuna di abitare in questo periodo di lavoro, a Francavilla, e quindi posso godere anche della vicinanza del mare».

 

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