Giulio Rapetti Mogol compie oggi 80 anni. Ecco come si è raccontato a me.

«Silvi marina per me è tra la Terra e il Paradiso. Quella Silvi marina che ho conosciuto io è un sogno, quei profumi, quei colori, il mare, i sapori, quei sette ombrelloni sulla spiaggia».

olycom - mogol - TRASMISSIONE MUSICALE RAI "SCALO 76" - NELLA FOTO MOGOL
Giulio Rapetti Mogol

E’ un Mogol quasi commosso quello che racconta le sue estati di bambino. Giulio Rapetti Mogol (dal 2006 il nome d’arte è diventato parte integrante del cognome), accoglie nel suo attrezzatissimo Cet, Centro europeo di Toscolano, ad Avigliano Umbro studenti da tutta Italia (si veda riquadro sotto). Nei giorni scorsi ha ricevuto anche una delegazione capitanata da Germano D’Aurelio, meglio noto come Nduccio, lo showman che ha organizzato il premio che l’amministrazione di Silvi (rappresentata dal sindaco Gaetano Vallescura, dall’assessore al Turismo, Annapaola Mazzone, e dal giornalista Rai Massimo Cotto) gli ha dedicato per ringraziarlo della «Canzone del sole», un brano cantato da Lucio Battisti in cui fa riferimento al mare di Silvi. Il festival permette ai vincitori di partecipare ai corsi del Cet. Sono impegnati nei corsi i vincitori del festival 2010, Giulia Pellegrini e Alessandro Verzella, entrambi pescaresi.

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Prima dell’incontro con i rappresentanti del festival abruzzese Mogol, 74 anni, un monumento della canzone italiana, ha rilasciato al Centro l’intervista che segue.

Lei è nella mente, nel cuore, di milioni di italiani.

«Ho la sensazione di essere in un certo senso miracolato, perché poi ho un concetto strano dell’arte. Si dice che alcuni ce l’hanno il talento e altri no. Io dico, dopo aver incontrato oltre 2 mila allievi nella nostra scuola creativa, che è la più importante in Europa, che il talento ce l’abbiamo tutti. Ma il problema è coltivarlo il talento e capire in che cosa abbiamo il talento. Ma non è qualcosa legata solo a qualcuno, il talento è come la bocca, il naso, gli occhi: tutti ce l’abbiamo. Il talento, però, arriva a coloro che si dedicano con grande passione ed entusiasmo, a chi si costruisce le antenne. Noi riceviamo degli impulsi d’arte e se ci siamo costruiti le antenne con la tecnica, la passione, la capacità riusciamo poi a ricevere dei messaggi. Ma non è una cosa riservata a pochi, questo tipo di educazione ai talenti spesso impedisce ai migliori, perché i migliori hanno l’autocritica più severa, di dedicarsi a qualcosa pensando: “Io non ho il talento”. Ma il talento non si trova a piano terra, bisogna salire dieci piani e allora si vede un orizzonte diverso. Da bambino il mio pensiero era quello di sopravvivere, di trovare un posto dignitoso, senza nessuna ambizione particolare. Già il fatto di trovare una collocazione era qualcosa che mi rasserenava. Io ero un bambino diverso da quelli che sognano. Poi il destino è stato più benevolo nei miei confronti».

L’autore dei testi è spesso fondamentale per le canzoni, forse anche più importante dell’autore della musica. Ma spesso questo ruolo non viene riconosciuto.

«Beh, nel mio caso no. Però, è vero che gli autori sono poco considerati. Normalmente si dice la canzone di Celentano, di Mina, di Zucchero. Ci dovrebbe essere un po’ più di rispetto, ma io, ripeto, non posso lamentarmi. Però il mondo di oggi, ormai, va per le brevi. E’ importante legare tutto alle persone che sono note, così tutti vogliono diventare famosi e cercano questa notorietà come un fatto occasionale, senza preparazione. Da qui i talent show e tutto il loro mondo un po’ superficiale».

Lei che ne pensa dei talent show?

«Che se piacciono c’è una ragione. Mi dispiace perché il talent show dovrebbe tener presente che ci dovrebbe essere una seria ricerca dei talenti. Noi qui abbiamo una scuola e di gente preparata ne abbiamo ma nessuno ci è mai venuto a chiedere chi era preparato o no. Perché lì, nei talent show televisivi, si preferisce fare tutto in casa, si preferisce attribuire il valore alla cosidetta finta scuola televisiva, che chiaramente è diversa dalle scuole vere. I loro docenti sarebbero, forse, ammessi alla nostra scuola».

Suo padre, discografico della Ricordi, non voleva che lei seguisse le sue orme. Menomale che non lo è stato a sentire.

«Mio padre era un editore e un musicista, un pianista. Lui non voleva perché io ero diventato noto, lavorando con lui, e mi chiamavano anche gli altri editori, e quindi mi ritrovavo a Sanremo anche con tre o quattro pezzi contemporaneamente. Lui qualche volta ha stracciato anche canzoni famosissime, ma non le dirò quali».

Gli abruzzesi devono ringraziare suo padre anche per il fatto di averla portata al mare a Silvi. Così lei tanti anni dopo ha potuto scrivere La canzone del sole, che è stata la prima che Battisti incise per la Numero uno.

«Mio padre e mia madre erano tutti e due appassionati di questo bellissimo paesino, Silvi. Io andavo a piedi fino a Pineto, e qualche volta l’ho fatto anche a nuoto. Ho dei ricordi incancellabili. Siamo venuti sette o otto estati, forse anche di più e poi, dico, per quattro mesi all’anno. Conosco tutto di quella zona, conosco bene il linguaggio,
il dialetto, la mentalità, il modo di essere, i cibi. Tutte cose che ho amato e amo ancora profondamente perché è stata la mia infanzia e la mia adolescenza».

Proust parla della madeleine, del profumo magico del ricordo della gioventù. La sua madeleine abruzzese qual è?

«Beh (ci pensa un po’), diciamo che il sapore che mi ricordo di più di tutto era la merenda. Era una fetta di pane col pomodoro spiaccicato sopra, l’olio, l’origano, ricordo questo profumo, di questi cibi, di questi colori. Poi il pesce, il mercato del pesce, le urla dei venditori, le barche dei pescatori. Io ho scritto una canzone che si chiama Viale degli oleandri, musicata da Gianni Bella, dedicata proprio a Silvi».

Lei a 24 anni scrive il testo di una canzone (Al di là) che vince il festival di Sanremo che 50 anni fa aveva un valore forse dieci volte superiore a quello di oggi.

«Sì, quella canzone ha vinto con 800 mila voti, perché allora votava il pubblico. Io ero un ragazzo, però francamente ha vinto Luciano Tajoli, con una esibizione straordinaria».

Stava partendo per il viaggio di nozze, diretto a Barcellona, e si fermò a Sanremo, un trionfo.

«Mi sono fermato a Sanremo solo per le prove, perché poi proseguii, ma non ero assolutamente convinto che la canzone avrebbe avuto il successo che poi ebbe. Avevo assolutamente sottovalutato l’interpretazione di Tajoli, tanto. E invece lì nelle prove tantissimi colleghi, anche di altre case discografiche, mi confermavano che Tajoli
aveva fatto una interpretazione straordinaria. Poi io sono andato a Barcellona e quando sono tornato ho saputo che aveva vinto il Festival di Sanremo».

A percorrere l’elenco dei suoi brani più famosi, ne ha scritti oltre 1.500 si ha una vertigine. C’è la storia della canzone italiana: Perdono e Bugiarda (Caterina Caselli), Sognando California (Dik Dik), Io ho in mente te, Un angelo blu, 29 settembre (Equipe 84), A chi (Fausto Leali), Impressioni di settembre (Pfm), Che colpa abbiamo noi, E la pioggia che va (Rokes), Se piangi, se ridi, Una lacrima sul viso (Bobby Solo), La spada nel cuore, Riderà (Little Tony) Cervo a primavera (Cocciante). Senza dire dei 15 anni con Lucio Battisti. Come si fa? Lei non ama la parola ispirazione ma legge qualcosa in particolare, c’è qualche testo che l’ha aiutata, un autore, un poeta, uno scrittore.

«Io vivo. Io vivo. E penso a vivere. Poi, quando scrivo trasferisco il senso della musica che ha su di me una suggestione, mi da delle emozioni. E io scrivo queste emozioni».

Quindi lei ha bisogno di sentire prima la musica?

«Certo. Non solo la musica. Meglio ancora se la canzone è già arrangiata dallo stesso cantante e io poi ci scrivo le parole sopra».

E della musica, cosa le piace, cosa ascolta più volentieri?

«(ci pensa un po’) Io la musica l’ascolto in macchina, qualche volta, ma raramente. Diciamo che non mi capita di ascoltarne molta. Io ho una vita molto attiva, faccio molto sport, sto ancora costruendo strutture qui per il nostro Centro. Cerco di cogliere le cose migliori che si fanno in tutto il mondo. E sono facilitato perché, grazie a Dio, mi
giungono da tutto il mondo. Abbiamo i nostri docenti che mi portano cose che vengono non solo dall’Italia, noi siamo una scuola internazionale e valutiamo le cose belle».

La Numero uno, la sua etichetta, è stata una grande novità nella discografia italiana.

«La Numero uno è stata un’azienda che è nata per iniziativa mia, c’era Lucio Battisti, c’era Franco Daldello, mio caro amico, poi si è unito anche mio papà. Abbiamo creato questa azienda giovane che ha avuto immediatamente successo. Sono arrivati tutti, si respirava aria nuova, c’era un modo di fare arte con passione. Abbiamo avuto tante soddisfazioni, prima tra tutte Lucio Battisti, naturalmente, e poi Bruno Lauzi, Ivan Graziani, la Premiata forneria marconi, Gianna Nannini, Edoardo Bennato. C’erano tutti».

Se le dicessero, maestro dobbiamo salvare solo 5 canzoni del suo immenso repertorio, quali sceglierebbe?

«Questo è un lavoro che non faccio mai, è un lavoro di selezione e non voglio avere quella responsabilità perché ciò che voglio salvare io, magari, non va bene per un altro. E poi sono poco propenso a parlare delle mie canzoni, hanno già avuto tanta di quella promozione».

Lei ha realizzato questo magnifico Cet, Centro europeo di Toscolano.

«Scuole come questa in giro per il mondo non ce ne sono. Noi abbiamo una nostra didattica e parte dal principio che noi preferiamo avere come docenti i capiscuola. Analizziamo tutti i più bravi del mondo e facciamo in modo che i nostri allievi abbiano come punto di riferimento i numeri uno. Poi, il meglio di quello che hanno ascoltato si attaccherà al loro dna da persona a persona in modo diverso».

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