Tempo grande, di Gian Luigi Piccioli, viene riproposto al pubblico 35 anni dopo la sua pubblicazione (per Rusconi) dalla casa editrice Galaad di Paola Vagnozzi e Paolo Ruggieri e con la regia di Simone Gambacorta, che firma anche una approfondita presentazione.

Tempo grande Piccioli
La copertina del libro

Si tratta di un romanzo visionario – pubblicato nel 1984, quando erano ancora di là da venire computer in tutte le case, telefoni cellulari, e tantomeno smartphone, social network e internet – che, scrive Gambacorta, «parla di paure, passioni, speranze, dolori, ipocrisie, tradimenti». È un libro sui media, sulla televisione in particolare, ma, sarebbe il caso di aggiungere, sui social media.

Tempo grande Piccioli
Simone Gambacorta

Singolare coincidenza il volume esce la prima volta nell’anno in cui nasce Mark Zuckerberg. Un’opera di fiction, ma anche un saggio che disegna, con straordinaria preveggenza ciò che sarebbe avvenuto 20-30 anni più tardi. Scritto con un linguaggio neobarocco, una prosa poetica, sia perdonato l’ossimoro, propone diversi paralleli con il tempo attuale. L’episodio centrale del libro (ambientato in uno studio televisivo in piazza di Spagna a Roma in cui arrivano le cronache da tutto il mondo), si svolge nel cratere di Ngorongoro: una corsa alla spettacolarizzazione, all’esagerazione, all’effetto OMG (Oh my God), come usa dirsi negli ambienti di approfondimento dei social, quello stesso effetto che oggi sta creando decine di morti, per esempio, tra i ragazzi che alla continua ricerca del selfie più acchiappa-followers li porta a sfidare la vita sulle cime dei grattacieli o su dirupi scoscesi.

Come non pensare alla odierna quantificazione dei like in una frase come «Chiamerò tutti i corrispondenti e avrai cento milioni di telespettatori. Ho detto cento, hai sentito? Per trenta minuti bloccherai mezzo mondo…». E come non pensare alle dirette Facebook in cui si può vedere il numero delle persone al momento connesse in passi come questi: «Sul monitor del terminale interno apparve la scritta “Centoventi milioni” – In Sala Due, sul monitor del terminale fu aggiornata la cifra dei telespettatori che assistevano in diretta: “Centoquaranta milioni”…».

Non bastasse questa anticipazione si pensi alla “tele baby” che «era volata via dal manubrio», esattamente come oggi le go-pro vengono fissate sui caschi dei ciclisti o dei motociclisti o nei posti più impensati delle auto per riprendere, da una visuale particolarissima la strada o il panorama.

Tempo grande Piccioli
Paola Vagnozzi e Paolo Ruggieri, della Galaad edizioni

Alla fine, però, e anche in questo c’è una preveggenza della realtà attuale con il difficile, lento, ma forse possibile, abbandono dei social da parte di molti, prevale su tutto l’affetto tra due dei tre protagonisti e la considerazione che la bellezza provvisoria, momentanea (a cui tutti oggi tendono anche cercando di resistere – con la chirurgia e la chimica – all’implacabile scorrere del tempo) venga superata, nella classifica dei valori, da argomenti più profondi e duraturi come, appunto, l’amore.

Gian Luigi Piccioli, nato a Firenze nel 1932, trascorse l’infanzia in Abruzzo, che lascerà solo ventenne. Con la regione conservò un forte legame, in particolare grazie ai frequenti ritorni a Chieti, Navelli e Francavilla, dove trascorse sempre le vacanze estive. Laureato in Giurisprudenza a Bologna, inizia a scrivere da ragazzo. Roma, dove è mancato nel 2013, diventa la sua città adottiva. Ha lavorato all’Eni con Enrico Mattei e per anni scrive reportage per le riviste Ecos (dell’Eni) e Synchron (dell’Agip). Tra i suoi romanzi Inorgaggio (Mondadori, 1966); Arnolfini (Feltrinelli, 1970), Epistolario collettivo (Bompiani, 1973), Sveva (Rusconi, 1979), Viva Babymoon (Bompiani, 1981), Cuore di legno (Rizzoli, 1990).